Care colleghe e cari colleghi,
il settore delle costruzioni milanese si trova oggi stretto tra due pressioni che, sommandosi, stanno mettendo a rischio cantieri, investimenti e capacità realizzativa.
La prima arriva dallo scenario internazionale. La guerra e le tensioni geopolitiche e instabilità internazionale, insieme a un quadro globale ancora instabile, hanno riportato volatilità nei costi dell’energia, delle materie prime e della logistica. Quando aumentano questi fattori, si alterano gli equilibri economici dei contratti, si comprimono i margini delle imprese e diventa più difficile garantire tempi, programmazione e continuità e qualità delle opere.
La seconda pressione è interna. Sul piano locale, il comparto continua a scontare incertezza normativa, tempi amministrativi troppo lunghi e responsabilità non sempre chiare. E quando ai costi crescenti si sommano regole incerte e procedure lente, il risultato è immediato: si rinviano investimenti, si bloccano interventi, si rende più difficile realizzare case, servizi e infrastrutture di cui la città ha bisogno.
Per questo oggi il problema non è soltanto economico. È insieme economico, istituzionale e organizzativo. E proprio per questo richiede risposte adeguate alla straordinarietà del momento.
Occorre riconoscere la necessità di strumenti che consentano di ristabilire l’equilibrio dei contratti e di portare a termine le opere nei tempi richiesti. È una scelta di realismo e di responsabilità, tanto più necessaria mentre il PNRR entra nella sua fase conclusiva, con traguardi e obiettivi da conseguire entro la fine di giugno 2026.
A questa urgenza si affianca un nodo strutturale che Milano non può più rinviare: quello delle regole. Le città di oggi non possono essere governate con strumenti pensati nel 1942. Serve una riforma profonda, capace di restituire certezza del diritto, chiarezza nelle responsabilità e coerenza nelle decisioni.
Milano ha anche bisogno di una pubblica amministrazione più veloce, più moderna e più digitalizzata. Non è più sostenibile che per ottenere un permesso di costruire si debbano attendere anni, mentre nel frattempo cambiano i mercati, le priorità economiche e gli equilibri geopolitici. La digitalizzazione dei processi, il rafforzamento degli uffici tecnici e l’impiego intelligente delle nuove tecnologie devono diventare una priorità. Oggi la velocità è una componente decisiva della competitività urbana e dell’efficacia amministrativa.
Ma la tecnologia non riguarda soltanto la pubblica amministrazione. Riguarda anche il modo in cui l’intera filiera costruisce, programma, controlla tempi e costi, migliora la sicurezza e accresce la produttività. È anche da qui che passa la possibilità di avere un’edilizia più efficiente, più sostenibile e più capace di rispondere ai bisogni della città.
Dentro questo quadro, il tema della casa è forse quello che più di ogni altro rende evidente la posta in gioco. Milano è diventata una città capace di attrarre studenti, lavoratori, talenti e investimenti. Ma una città moderna e internazionale, per essere davvero forte, deve essere anche inclusiva. Oggi il costo delle abitazioni rende sempre più difficile la permanenza di giovani, studenti e lavoratori. E il paradosso è evidente: formiamo talenti e poi li accompagniamo verso altre città o altri Paesi perché qui non riescono a costruirsi un progetto di vita. Affrontare il tema della casa significa allora decidere quale idea di città vogliamo perseguire.
La risposta non può essere il consumo di nuovo suolo, ma una rigenerazione urbana coerente, efficace e sostenibile. Occorre costruire di più, ma soprattutto costruire meglio, recuperando aree dismesse e affrontando con serietà il tema delle bonifiche. Bonificare un’area inquinata non significa soltanto preparare un terreno a una nuova funzione urbana: significa produrre un beneficio per l’intera comunità. Anche per questo servono facilitazioni, incentivi e una collaborazione più matura tra amministrazione e operatori.
Tutto questo porta inevitabilmente a un’altra questione decisiva: la dimensione della città. Milano non può più essere pensata soltanto entro i suoi confini amministrativi. Le sfide della casa, della mobilità, del lavoro, dell’ambiente e delle infrastrutture si giocano su scala metropolitana. Continuare a ragionare per confini comunali, in un territorio ormai profondamente integrato, significa restare ancorati a una logica superata. Le grandi città europee competono su dimensioni ben più ampie e con strumenti di governance più avanzati. Milano, se vuole mantenere il proprio ruolo, deve poter contare su una visione allargata e su una capacità di pianificazione adeguata.
È per questo che serve una legge per le aree metropolitane: non una norma costruita attorno a una singola città, ma uno strumento nazionale che riconosca il ruolo strategico delle grandi aree urbane italiane. Milano, Roma e Napoli, per caratteristiche e dimensioni, rappresentano snodi decisivi per lo sviluppo del Paese. Dare loro risorse, responsabilità e capacità di pianificazione significa compiere una scelta di politica industriale, territoriale e sociale. Significa accettare che il futuro dell’Italia si giocherà sempre di più nella capacità delle sue aree metropolitane di essere efficienti, attrattive e inclusive.
Nei prossimi mesi si aprirà inevitabilmente il confronto politico in vista delle elezioni amministrative del 2027. Ogni riflessione sulla situazione presente e futura della città dovrà misurarsi con questa dimensione metropolitana e con l’esigenza di una governance più forte, più semplice e più efficace, capace di accompagnare lo sviluppo, ridurre le frammentazioni e creare condizioni favorevoli per chi investe, lavora e vive sul territorio.