APPALTI PUBBLICI UE: LA REVISIONE DELLE DIRETTIVE ENTRA NEL VIVO
Gli appalti pubblici non sono più (solo) una materia tecnica: sono diventati una leva di politica economica, industriale e sociale. Come ogni dieci anni, la Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica (“call for evidence”) per valutare l’efficacia dell’attuale quadro e impostare la revisione delle Direttive UE sugli appalti (e, in parallelo, il tema delle concessioni), con l’obiettivo di arrivare a un nuovo pacchetto normativo nella prossima fase legislativa.
Il punto di partenza è la dimensione del fenomeno. In Europa, le amministrazioni pubbliche spendono ogni anno oltre 2.600 miliardi di euro per acquistare lavori, servizi e forniture; circa un quarto di questo valore ricade direttamente sotto le regole UE e viene pubblicato sul TED, per un ammontare nell’ordine dei 600 miliardi: numeri che rendono evidente perché Bruxelles consideri gli appalti un “interruttore” capace di orientare il mercato. È una quota che pesa attorno al 15% del PIL dell’Unione: un motore che influenza investimenti, catene di fornitura, qualità delle opere e capacità competitiva delle imprese.
Questa revisione matura dentro un contesto politico ed economico preciso. Da un lato, cresce l’attenzione verso la competitività europea e l’autonomia strategica, anche attraverso criteri che valorizzino la dimensione “Made in Europe” negli acquisti pubblici, tema richiamato ai massimi livelli istituzionali. Dall’altro, c’è la consapevolezza che il quadro attuale – stratificato e non sempre omogeneo tra Stati membri – può generare incertezza applicativa, contenzioso e oneri amministrativi che rallentano l’efficacia della spesa. In questa cornice si inseriscono anche le indicazioni politiche sulla necessità di semplificare e modernizzare le regole e l’idea, sempre più ricorrente nel dibattito europeo, di usare gli appalti come strumento per rafforzare il Mercato unico e la resilienza industriale.
La Commissione, infatti, sta lavorando su alcuni obiettivi di sistema: ricondurre a maggiore coerenza disposizioni oggi frammentate; rendere più semplice l’applicazione per le stazioni appaltanti; integrare (o quantomeno coordinare meglio) regole generali e norme settoriali che spesso si sovrappongono; e affrontare i punti in cui l’interpretazione non è uniforme, come avviene ancora in parte sulle concessioni (definizioni, durata, trasparenza e apertura al mercato, soprattutto quando non si passa da una gara). Non è un dettaglio: la qualità della regola UE si misura anche nella sua “manutenibilità” quotidiana, cioè nella capacità di essere applicata in modo chiaro e prevedibile nei 27 ordinamenti.
Il percorso, però, non è automatico: è un processo in cui la raccolta di evidenze e posizioni degli stakeholder conta davvero. Le scadenze lo dicono chiaramente: dopo l’avvio della consultazione, sono previsti momenti ravvicinati di raccolta contributi (anche tramite le federazioni europee e nazionali) e l’invio ufficiale alla Commissione entro fine gennaio 2026, passaggio che anticipa la costruzione della proposta e le successive valutazioni d’impatto. È la fase in cui si fissano priorità, definizioni e confini della futura riforma, prima ancora che inizi il negoziato politico vero e proprio tra Parlamento e Consiglio.
In questo quadro, la partecipazione del sistema associativo diventa essenziale per evitare che obiettivi condivisibili si traducano in regole poco praticabili o in effetti collaterali sul mercato. Il contributo di Assimpredil Ance – in continuità con le posizioni elaborate a livello nazionale e regionale – sottolinea l’importanza di tenere insieme tre esigenze: competitività e reciprocità (per contrastare concorrenze distorsive), semplificazione e chiarezza delle regole, e tutela della qualità del tessuto imprenditoriale. Con un’attenzione particolare al ruolo delle PMI e delle filiere: non solo “accesso” alle gare, ma sostenibilità delle catene di subfornitura, proporzionalità dei requisiti e prevenzione di dinamiche che concentrino il mercato “per pochi”, soprattutto nella fase post-PNRR.
Un altro elemento che si intreccia al cantiere europeo è la necessità di rendere più “bancabili” e replicabili gli investimenti, anche attraverso strumenti capaci di attrarre risorse private quando la finanza pubblica diventa più selettiva. Da qui l’interesse a chiarire e stabilizzare i perimetri applicativi di modelli come il partenariato pubblico-privato, riducendo incertezza e contenzioso e riconoscendo (con meccanismi compatibili con trasparenza e concorrenza) il valore dell’iniziativa progettuale, così da trasformare idee in progetti davvero cantierabili.
La revisione delle direttive UE sugli appalti pubblici, insomma, non è un aggiustamento di dettaglio: è la riscrittura del “manuale d’uso” di uno dei principali mercati europei. Nei prossimi mesi si giocherà una partita delicata: aggiornare le regole per renderle più coerenti con le sfide di oggi (competitività, resilienza, transizione) senza perdere i pilastri che garantiscono trasparenza, apertura e certezza del diritto. Ed è proprio adesso, nella fase di consultazione, che vale la pena far sentire con precisione la voce dei territori e delle imprese.