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Care colleghe e cari colleghi,
a dicembre abbiamo celebrato gli 80 anni di Assimpredil in un luogo che racconta bene chi siamo: il City Oval, l’ex Palazzo delle Scintille. Un edificio che ha attraversato la storia di Milano e che oggi torna a vivere con un’identità nuova.

Quella rigenerazione è un simbolo preciso: custodire la memoria e trasformarla in futuro. È esattamente ciò che facciamo ogni giorno: dare nuova funzione e nuova qualità a luoghi, idee e progetti. E lo facciamo perché esiste un’alleanza concreta tra chi investe e chi costruisce, tra chi immagina la città e chi la rende possibile. Nel nostro lavoro vediamo una cosa che spesso nel dibattito pubblico si perde: un edificio recuperato non è solo un’opera riuscita, è un pezzo di città che torna ad appartenere alle persone.

Questo anniversario, però, non è solo una celebrazione. È un promemoria. Ottant’anni di storia non sono un punto d’arrivo: sono una responsabilità.

Dentro la nostra storia c’è passione, certo, ma anche complessità. Ricordo ancora una frase ascoltata anni fa da Claudio De Albertis: costruire è un mestiere bellissimo e difficile. È vero, perché lascia segni nel paesaggio e incide sul modo in cui vivranno le generazioni future. Ed è per questo che il nostro lavoro richiede serietà, rigore, rispetto: per le persone, per la città, per il territorio.

I fondatori lo avevano chiaro già nel 1945, quando nello Statuto indicarono principi che oggi suonano persino più attuali: crescita economica insieme a crescita sociale e del lavoro; trasformazione del territorio sostenibile e responsabile; benessere del Paese. Accanto a questi, concorrenza leale e trasparenza, centralità delle imprese, etica, legalità, sicurezza. Parole che ritornano nei documenti, ma soprattutto ritornano nei cantieri, nelle scelte quotidiane, nei comportamenti che fanno la differenza.

C’è anche un’altra radice che non va dimenticata: l’idea che la città e l’abitare non siano un tema “tecnico”, ma un tema civile. Nel dopoguerra, la dignità delle persone e il lavoro diventano il centro della convivenza democratica. Da lì prende forma anche un’idea di diritto alla casa e di funzione sociale della proprietà: non concetti astratti, ma fondamenta di una comunità più giusta e più stabile.

Oggi, però, siamo chiamati a fare un passo ulteriore: dal diritto alla casa al diritto all’abitare. Perché la casa, da sola, non basta. Abitare significa poter vivere davvero un luogo: avere servizi accessibili, trasporti, scuola, spazi pubblici, sicurezza, relazioni di quartiere, qualità ambientale. Significa non essere “espulsi” dalla città per motivi economici, o confinati in aree senza opportunità. E significa anche garantire un’abitazione dignitosa non solo come oggetto edilizio, ma come parte di un ecosistema urbano che funziona.

In questo senso, il diritto all’abitare è un diritto più attuale e più sostenibile: lega insieme inclusione sociale, rigenerazione urbana e transizione ecologica. Ridurre consumo di suolo, recuperare patrimonio esistente, rendere gli edifici efficienti e salubri, migliorare la qualità dello spazio pubblico: sono scelte che non parlano solo di energia o di metri quadri, ma di vita quotidiana. Ecco perché, in un tempo in cui l’abitare è tornato un’emergenza concreta, questa responsabilità ci interpella direttamente: noi costruiamo i luoghi in cui le persone costruiscono la propria vita.

E qui arriva un punto decisivo: non siamo più soltanto costruttori. Siamo, sempre di più, rigeneratori di città. Rigenerare significa tenere insieme qualità urbana, sostenibilità, accessibilità, sicurezza, tempi e costi, e la capacità di far funzionare davvero gli interventi. Significa lavorare con una visione condivisa, non solo per gestire l’urgenza del momento.

Le città non sono solo metri quadri e indici. Sono relazioni, opportunità, libertà quotidiana: un parco, una scuola, un centro giovanile, un quartiere che torna sicuro e vivo possono cambiare il destino di una persona. E c’è un luogo in cui tutto questo diventa tangibile: il cantiere.

Per questo abbiamo scelto di festeggiare gli 80 anni in un cantiere. Non è stato un dettaglio logistico: è stata una scelta di identità. Il cantiere è la nostra casa professionale. È dove le idee diventano strutture, dove i disegni diventano volumi, dove il futuro prende forma tra ponteggi, ferri e calcestruzzo. Ma è anche un luogo umano straordinario: incontro di culture, competenze, storie, responsabilità. È un laboratorio in cui ogni giorno possiamo fare un passo avanti: più sicurezza, più qualità, più sostenibilità, più capacità organizzativa.

E oggi, quel laboratorio deve cambiare passo anche sul fronte dell’innovazione. La transizione ecologica e quella digitale non sono due capitoli separati: sono la stessa sfida vista da due lati. Ridurre impatti, aumentare produttività, migliorare tempi, controllare qualità e sicurezza: tutto questo passa da processi più industrializzati, da dati più affidabili, da una filiera più integrata.

In altre parole, il futuro dell’edilizia non è “fare di più”: è fare meglio, con metodo. Significa ridurre sprechi e variabilità, costruire competenze, valorizzare chi lavora bene, rendere il cantiere un luogo sempre più leggibile, controllabile, trasparente. Significa rivedere la catena del valore: non per cambiare etichette, ma per alzare la qualità complessiva del prodotto-città.

Le generazioni che ci hanno preceduto hanno avuto coraggio e tenacia: hanno costruito nel dopoguerra, hanno attraversato trasformazioni urbane e cicli economici difficili, hanno innovato quando era necessario. A noi oggi tocca un compito altrettanto impegnativo: costruire città belle e giuste, partendo dalla storia ma guardando avanti. Rigenerare, non consumare; connettere, non dividere; aprire cantieri come luoghi di qualità e sicurezza, non come problemi per il quartiere.

E allora, se devo condensare l’eredità degli 80 anni in una direzione per i prossimi, la direzione è questa: rafforzare la fiducia. Fiducia dei cittadini nei cantieri, fiducia delle istituzioni nella capacità delle imprese, fiducia dei giovani in un settore che sa offrire futuro, competenze e dignità del lavoro.

È una fiducia che si costruisce con i fatti: con cantieri sicuri, con qualità misurabile, con trasparenza, con innovazione concreta e non dichiarata. È la strada che vogliamo percorrere insieme.

Perché, in fondo, ogni cantiere fatto bene è più di un’opera: è un pezzo di futuro consegnato a chi verrà dopo di noi.


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