Intervista Alessandro Maggioni, Presidente Consorzio Cooperative Lavoratori di Milano
Presidente, ci può fare una panoramica sulla situazione urbanistica milanese? Milano vive da mesi una paralisi strutturale, non congiunturale. Solo per CCL abbiamo 440 alloggi a prezzi accessibili fermi, senza un solo titolo edilizio rilasciato negli ultimi 3 anni e con una faticosa interlocuzione con gli uffici comunali. Non parliamo di progetti ai margini delle regole: nessuna delle nostre iniziative presenta una sola delle caratteristiche emerse nelle note vicende giudiziarie sull’urbanistica milanese.
Quello che è accaduto lo ha chiarito con lucidità anche il Tribunale, pochi giorni fa, assolvendo gli imputati del caso Torre Milano: non c’era dolo né colpa, c’era un quadro normativo così contraddittorio — tra giurisprudenza penale, amministrativa e Corte Costituzionale — che nessun operatore poteva orientarsi con certezza. Quella confusione, mai risolta a monte, si è trasformata in un blocco totale e indiscriminato, che paga anche chi non ha alcuna responsabilità.
Come Consorzio Cooperative Lavoratori, quali sono le soluzioni a questa paralisi? Non spetta a noi scrivere le norme, ma indichiamo da tempo cosa serve. Primo: una legge di interpretazione autentica sulla nozione di ristrutturazione edilizia, oggi letta in modo difforme da giurisprudenza penale, amministrativa e Corte Costituzionale; finché resta irrisolta, ogni dirigente ha un incentivo razionale a non firmare nulla. Secondo: un meccanismo che separi rapidamente le pratiche prive di criticità da quelle che la presentano davvero e tempi certi per le istruttorie. Terzo: un dialogo strutturato con operatori storici, come noi che abbiamo cinquant’anni di attività e sedicimila alloggi realizzati a Milano, senza interessi speculativi. Non chiediamo scorciatoie: chiediamo che la macchina amministrativa torni a funzionare secondo le regole che essa stessa si è data.
Cosa ne pensa della possibile attivazione della copertura legale per tutti i dipendenti comunali? La trovo una misura di buon senso, oltre che doverosa. I funzionari comunali sono scesi in piazza perché si sentono, giustamente, l'anello debole di un sistema che ha scaricato su di loro responsabilità politiche. Hanno eseguito direttive su una materia dove — lo ripeto — nemmeno i giudici riuscivano a trovare un'interpretazione univoca. Pretendere che paghino di tasca propria un'incertezza normativa che non hanno creato loro è ingiusto. Come abbiamo chiesto anche Assimpredil e CCL per il tramite di Confcooperative, una copertura legale chiara è il minimo per restituire serenità a chi deve istruire le nostre pratiche: oggi quella paura si traduce direttamente in mesi di attesa per centinaia di famiglie.
In quale maniera Assimpredil Ance e CCL possono apportare il loro contributo per risolvere e sbloccare lo stato delle cose? Pur partendo da mondi imprenditoriali diversi — il nostro è cooperativo, mutualistico, che origina in una storia di solidarietà tra lavoratori, quello di Ance è imprenditoriale privato, orientato anche alla redditività di mercato — su questo specifico tema (e su molti, a dire il vero) l’interesse converge in modo netto. Entrambi vogliamo regole chiare, tempi certi e un’amministrazione che torni a decidere: nessuno dei due chiede favori o scorciatoie, perché entrambi sappiamo che un sistema arbitrario, alla lunga, danneggia tutti gli operatori seri allo stesso modo.
Insieme possiamo portare al tavolo istituzionale una rappresentanza ampia e trasversale dell’intero comparto edilizio milanese, capace di parlare contemporaneamente il linguaggio tecnico-normativo che serve per affrontare il nodo regolatorio, e quello sociale legato all’abitare accessibile, che è la parte che più mi sta a cuore e che il Consorzio porta avanti da cinquant’anni. Una proposta tecnica condivisa tra cooperazione e imprenditoria privata ha, credo, un peso politico molto maggiore di due voci separate che rivendicano la stessa cosa da binari distinti. È un’alleanza naturale su questo tema specifico, anche se le nostre identità restano, giustamente, differenti.
Alla luce della situazione attuale, quali prospettive vede per il futuro di Milano? Milano resterà, piaccia o no, un magnete che continuerà ad attrarre persone, capitali e competenze: è una dinamica che riguarda tutte le grandi città europee e che nessuna delibera comunale può invertire. La domanda vera che la città deve porsi non è se questa attrattività ci sarà, ma se sapremo governarla o se continueremo a subirla passivamente, espellendo verso la periferia e l’hinterland chi lavora in città ma non può più permettersi di viverci, con tutto il consumo di suolo agricolo, l’aumento del traffico pendolare e l’incremento delle polveri sottili che questo sprawl umano comporta.
Sono convinto che costruire bene, in città, a prezzi accessibili, sia la risposta più coerente sul piano ambientale, non il suo contrario: ogni famiglia che resta a vivere vicino al proprio lavoro, in una casa raggiungibile a piedi o in bicicletta, è una famiglia che non aggiunge traffico e cemento altrove. Sono moderatamente fiducioso per il futuro: la sentenza di questi giorni e l’attenzione che la politica sembra finalmente voler dedicare al tema sono segnali incoraggianti, e potrebbero – lo dico tenendo incrociate le dita - indicare che la fase più dura della paralisi sia ormai alle spalle. Ma il riconoscimento del problema, da solo, non basta: ora serve la volontà politica di tradurlo in atti concreti, con tempi rapidi e responsabilità chiare. Le famiglie che aspettano una casa da anni non possono permettersi un’altra stagione di sole buone intenzioni.