negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sul diritto alla casa, inteso come accesso a un alloggio. Ma oggi è sempre più chiaro che questa attenzione è insufficiente. La vera sfida è infatti il diritto all’abitare: una nozione più ampia, che non riguarda soltanto il possesso o l’affitto di un appartamento, ma la possibilità concreta di costruire una quotidianità dignitosa e sostenibile nel posto in cui si vive.
Abitare implica molto di più che avere un tetto sopra la testa. Da un lato si esprime con il diritto a un livello di vita adeguato, dall’altro si collega alla possibilità di partecipare pienamente alla vita urbana senza essere esclusi dai suoi benefici.
Se traduciamo questi principi in elementi concreti, emergono alcuni fattori dirimenti: l’accessibilità economica delle abitazioni, la qualità e sicurezza degli edifici, la vicinanza ai servizi, la mobilità e le opportunità che una città è in grado di offrire. È evidente allora che l’abitare non è solo una questione immobiliare. È, piuttosto, un ecosistema urbano: una rete complessa di fattori che devono funzionare insieme.
Questo tema diventa particolarmente urgente nelle grandi aree metropolitane, e Milano ne è un esempio emblematico. Grazie a eventi come Expo e – da poco – le Olimpiadi, la città ha conosciuto una forte attrattività economica e culturale. Questo successo ha però comportato un aumento dei prezzi degli affitti e delle compravendite, con una riduzione dell’offerta accessibile per giovani, lavoratori dei servizi, studenti e famiglie con redditi medi.
Il rischio è che Milano si trasformi sempre di più in una città selettiva, dove abitare non è più una possibilità diffusa, ma un’opportunità riservata a pochi. È quanto emerge anche dai dati presentati il 4 marzo scorso durante l’evento “Città da vivere. Come rilanciare il modello della città italiana”, organizzato in collaborazione con Ance. L’analisi, costruita suddividendo la popolazione in quintili di reddito dal più basso al più alto, restituisce un quadro molto preoccupante: per i cittadini del secondo quintile l’acquisto di una casa non è oggi accessibile in nessuna parte della città metropolitana di Milano; per quelli del terzo quintile, Milano resta semplicemente fuori portata.
Per affrontare questa sfida non basta aumentare semplicemente il numero delle abitazioni. Occorre ripensare le politiche dell’abitare con strumenti nuovi e avere una visione che guardi alla casa come leva di sviluppo urbano, sostenibile e accessibile. E per questa servono regole chiare, tempi certi, processi trasparenti e una macchina burocratica efficiente e digitalizzata.
Un secondo fronte riguarda la rigenerazione urbana. Le città italiane, Milano inclusa, possiedono un enorme patrimonio di aree dismesse o sottoutilizzate. Recuperarle significa non solo creare nuove abitazioni, ma anche migliorare la qualità degli spazi urbani, rafforzare i servizi di quartiere e ridurre il consumo di suolo.
Diventa infine fondamentale rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato. Il settore pubblico da solo non ha le risorse per rispondere alla domanda abitativa, ma può creare le condizioni – normative, urbanistiche e fiscali – affinché gli investimenti privati contribuiscano anche a obiettivi sociali, come l’aumento dell’offerta accessibile, secondo un approccio che rispetti il principio della fattibilità economica.